Le due risposte più deludenti di ChatGPT

30 Dicembre 2022 Silvio Marano

Le due risposte più deludenti di ChatGPT

OpenAI ha stupito con questo chatbot basato sul modello NLP GPT-3.5, purtroppo non solo in positivo come avrei sperato.

Il natural language processing (NLP) è una delle branche di maggior interesse nel settore dell’intelligenza artificiale; tra le applicazioni più comuni che fanno uso di questa categoria di modelli ci sono i chatbot, sempre più diffusi per i servizi d’assistenza clienti e gli assistenti virtuali come ad esempio Amazon Alexa, Google Assistant e Apple Siri.

UN BALZO IN AVANTI

Fino ad ora, i risultati nelle applicazioni più largamente accessibili alle masse, comunque non erano stati particolarmente entusiasmanti; tra chatbot di assistenza di scarsa qualità, con cui spesso si va alla ricerca della combinazione di parole da utilizzare per farsi comprendere (per poi tentare esasperati la frase chiave per cercare di essere messi in contatto con un operatore umano) e i più popolari assistenti virtuali che dopo lo stupore della novità iniziale, hanno mostrato i loro grossi limiti, finendo spesso con una banale ricerca sul web per ogni domanda che non rientrasse nei casi tipici già predefiniti.
ChatGPT (basata su Generative Pre-trained Transformer 3.5) ha portato al grande pubblico una ventata di freschezza; l’interlocutore virtuale che l’utente si trova davanti, questa volta è in grado d’interpretare le domande quasi sempre correttamente, replicando in modo puntuale con risposte generate in modo così naturale da sembrare scritte da una persona e non generate invece da una serie d’algoritmi. Questa volta siamo di fronte a un lavoro eccellente, non solo per capacità d’interpretazione e generazione a livello di modello linguistico, ma anche come ampiezza del training set scelto, riuscendo ChatGPT a fornire risposte, non solo su classiche nozioni da enciclopedia, ma anche sui più disparati argomenti, pure quando si tratta di categorie estremamente di nicchia.

La perfezione è ancora lontana, gli errori e le imprecisioni nelle risposte non mancano, ma l’asticella è stata alzata parecchio, e i vari Amazon Alexa, Google Assistant e Apple Siri escono decisamente umiliati dal confronto.

CHIEDI DI TUTTO MA NON CHIEDERE DI ME…

Malgrado il buon lavoro svolto, le risposte a due domande in particolare sono risultate estremamente deludenti:

Le risposte alla richiesta di riferimenti al repository open di ChatGPT.

Alla domanda su quale fosse il link del repository pubblico del codice sorgente, la risposta data è che le tecniche di training e gli algoritmi sono proprietari e closed source, e alla domanda sul fatto OpenAI avrebbe dovuto essere “Open“, la giustificazione è stata che rendono open solo alcune porzioni di ricerca ma il resto e proprietario e riservato, sottolineando che è una pratica comune nel settore. Infatti, l’unico materiale correlato che è possibile reperire pubblicamente, è incompleto e di una vecchia versione 3 ormai archiviata di GPT.

OPEN-AI CLOSED-AI

A scanso di equivoci, l’autore di questo articolo non è un estremista dell’open source a tutti i costi. Il punto qui non è che ogni azienda o iniziativa debba essere necessariamente open source, ma che OpenAI è stata proposta e promossa proprio all’insegna dello sviluppo open source dell’intelligenza artificiale a beneficio dell’umanità senza alcuna restrizione dettata dalle necessità di lucro, come viene tuttora spudoratamente proclamato sul sito:

“OpenAI è una società di ricerca sull’intelligenza artificiale senza scopo di lucro. Il nostro obiettivo è far progredire l’intelligenza digitale nel modo che più probabilmente andrà a vantaggio dell’umanità nel suo insieme, senza essere vincolato dalla necessità di generare un ritorno finanziario.”

Invece, non solo non viene condiviso il codice sorgente, ma nemmeno i dettagli sulle fonti utilizzate per il training dei dati, che certamente includeranno tra l’altro anche piattaforme di discussione e risorse pubbliche, dove utenti hanno dato il loro contributo con lo spirito di condivisione della conoscenza.

La contraddizione è lapalissiana. Ci troviamo perciò di fronte all’ennesimo caso di falsa iniziativa senza scopo di lucro, e l’ennesima volta che una società finge di supportare lo sviluppo open source solo per avvantaggiarsi del supporto della community.
Tra i neo-tycoon USA (in special modo in California) ormai sembra essere consuetudine il falso no-profit socialmente impegnato con compagnie no-profit satellite di altre a scopo di lucro utilizzate con obbiettivi tutt’altro che filantropici, ed ecco che anche qui abbiamo OpenAI LP la compagnia “profit” sorella siamese di OpenAI Inc, dichiarata “no-profit”, ma che è tale solo formalmente.

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